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18.1.08
Ci vediamo di là...
Antonio, 18.1.08
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16.1.08
I fatti separati dalle opinioni
Il virulento attacco di pochi contestatori che costringe Ratzybaby ad annullare la lectio magistralis sul perchè l'acqua calda corrente sia sintomo del Demonio. Il concorrente del Grande Fratello con un chilo e mezzo di Padre Pio sul bicipite arrestato per sfruttamento della prostituzione. L'osservante Lady Mastella ai domiciliari come una Lady Dini qualsiasi. E poi dicono che non è vero che è in corso uno scontro di civiltà.
Antonio, 16.1.08
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14.1.08
"Tutte le persone che conosciamo a Firenze sono chiuse in casa depresse e non fanno altro che guardare serie televisive" (cit.)
Antonio, 14.1.08
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9.1.08
Per solutori più che abili
Antonio, 9.1.08
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8.1.08
L'aforisma di fine serata
Quanto è difficile essere meridionali in questi giorni.
Antonio, 8.1.08
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7.1.08
Dell'Ergife e di altri Demoni
Ne ho qualche esperienza, io, di concorsi pubblici. Ne ho qualche esperienza, pur avendone conseguito come brillante esito una serie di esaurimenti nervosi ed una collezione di fallimenti.
Ne ho fatti, comunque, di concorsi. E ho visto chi li ha vinti- gente che, contrariamente a quanto si dice per un buon 90% meritava assolutamente di vincerli- ma soprattutto ho visto chi li ha persi. Gente di ottima preparazione, gente che ha devastato la propria vita nell'attesa dei tempi biblici di un bando. Gente che si è murata viva in casa, che ha rovinato relazioni e amicizie per improvvisi rinvii di date, comunicati sempre pochi giorni prima. Gente che si gioca anni di studio in due o tre giorni, e poi magari crolla. Psicologicamente, ma soprattutto fisicamente.
Ecco perchè, quando poi leggo che al concorso in magistratura sarebbero stati coperti solo 322 posti sui 380 messi a bando perchè i candidati non conoscevano la grammatica italiana, posso affermare con la più assoluta sicurezza che trattasi di gigantesca e fastidiosa puttanata.
Ne ho fatti, comunque, di concorsi. E ho visto chi li ha vinti- gente che, contrariamente a quanto si dice per un buon 90% meritava assolutamente di vincerli- ma soprattutto ho visto chi li ha persi. Gente di ottima preparazione, gente che ha devastato la propria vita nell'attesa dei tempi biblici di un bando. Gente che si è murata viva in casa, che ha rovinato relazioni e amicizie per improvvisi rinvii di date, comunicati sempre pochi giorni prima. Gente che si gioca anni di studio in due o tre giorni, e poi magari crolla. Psicologicamente, ma soprattutto fisicamente.
Ecco perchè, quando poi leggo che al concorso in magistratura sarebbero stati coperti solo 322 posti sui 380 messi a bando perchè i candidati non conoscevano la grammatica italiana, posso affermare con la più assoluta sicurezza che trattasi di gigantesca e fastidiosa puttanata.
Antonio, 7.1.08
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4.1.08
Autoritratto (anatomia di un'ossessione)
Antonio, 4.1.08
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3.1.08
Autoritratto (alcune perle dalle volte segrete)
Antonio, 3.1.08
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2.1.08
Autoritratto (cameretta adolescenziale con calendario per l'anno nuovo)
Con questo (e sessanta euri di libri) sono quasi pronto per tornare a lavoro nel brullonulla toscano. Ah, questo è il millesimo post di questo blog. Per dire.
Antonio, 2.1.08
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1.1.08
Non sembra ieri, ma l'altro ieri si.
Tra pochi giorni faccio trentanni, ma questo lo avrete già capito. Vivo con mio padre in una cittadina del profondo sud. Ho una laurea da qualche parte ed ogni tanto ci gioco a freccette. Ascolto troppa musica, vedo i film che riescono ad arrivare nella mia città, leggo meno libri di quanto vorrei. Viaggio molto meno di quanto vorrei. (***)
Oggi questo blog compie quattro anni. Minchia.
Oggi questo blog compie quattro anni. Minchia.
Antonio, 1.1.08
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19.12.07
Quesiti che ti poni quando sei anziano
Perchè i concerti che ti interessano sono sempre altrove, in un giorno lavorativo?
Antonio, 19.12.07
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17.12.07
"Just a rumour that was spread around town"
Il primo disco che ho comprato dei Clash è stato Cut the Crap. Ero in gita scolastica, alle scuole medie. Un mio compagno di classe- uno di quelli che avevano i fratelli maggiori- lo aveva registrato su una cassettina. Sull'altro lato c'era il greatest hits dei Police. Lo ascoltai dal suo walkman: i miei me non ne volevano comprare uno, temendo che fosse il passo definitivo per fare sconfinare la mia terrificante timidezza in conclamato autismo. Avevano perfettamente ragione. Ma non è di questo che voglio parlare.
La mia prima vacanza studio è stata in uno di quei paesini balneari per i quali Zio Ciuffo invocava i bombardamenti atomici. Avevo tredici anni, ed era la prima volta che uscivo di casa da solo. Una coppia irlandese di mezza età, con i figli grandi già fuori casa, mi ospitò in una classica casetta su due piani, in una classica strada di casette tutte uguali. In stanza con me c'era uno di quei bimbi che i tuoi genitori scelgono come amico, e che tu ci metti mezza vita per riuscire a perderlo. Nella casa di fronte, un ragazzo romano che detestai, in quanto fighetto, subito dopo la stretta di mano. Difatti, vent'anni dopo, siamo ancora amici. Ma non è di questo che voglio parlare.
La prima sera della mia prima vacanza studio, nel 1987, andammo al parco dietro casa a giocare a pallone. Non avevo mai visto tanto verde e tanto spazio. Non ho mai saputo tirare dritto col destro e ho sempre avuto paura delle pallonate, ma ero l'unico che già parlava un po' della lingua. Da dietro una recinzione, dei ragazzi inglesi, degli adulti di almeno diciannove anni, ci iniziarono a gridare contro. Ad insultare, tirandoci contro lattine di birra. Uno di loro se lo tirò fuori, ed iniziò a pisciare verso di noi. Corremmo a casa. Mi attaccai al telefono, piangendo ed urlando per venti minuti. Volevo tornare a casa. Immagino che, quella sera, mio padre abbia dovuto legare mia madre con le funi per evitare di farla correre sul primo aereo a salvarmi.
Era di questo, all'incirca, che volevo parlare. Dell'Inghilterra negli anni ottanta. Dei toast alla margarina appena svegli e della Shandy brivido di trasgressione perchè c'era un goccio di birra nella gassosa. Delle vacanze studio, delle discoteche al pomeriggio, dei negozi di dischi immensi con i dodici pollici degli Housemartins e degli Smiths (perchè non li ho comprati tutti? perchè? perchè?). Delle mamme single che, per quattro soldi, aprivano la loro casa a bimbi esteri che gliela devastavano. Di ragazzetti che frignavano per una fookin'cigarette alla fermata del bus. Della musica, ovunque. Di quell'altro adulto, di almeno ventitre anni, che come elzioen ci spiegava il testo di Lucy in the Sky with Diamonds. Del buio. Della foschia. Della Thatcher.
This is England non è un film perfetto. Dopo venti minuti, sai già benissimo come andrà a finire. Ed andrà a finire, ovviamente, male. E c'è anche l'obbligatorio brano degli Smiths sul finale (in una cover orrenda). This is England è un romanzo di formazione, di quelli già letti e visti mille volte. E che, per la milleuna volta, ti emoziona- stesso discorso già fatto per il libro di Cameron- perchè onesto. Nei tuoi occhi di piccolo cialtrone disadattato, era proprio così, quell'atmosfera di violenza latente dietro ogni angolo che giravi. Anche se non sei mai stato un pulcioso ciccione dodicenne, anche se la guerra delle Falklands la ricordi solo perchè andavi sull'atlante a vedere dov'era quel posto strano con due nomi. Ed anche perchè rimani stordito dalla dedica finale, alla mamma del pulcioso attore dodicenne, morta dopo la fine delle riprese.
(grazie a Kekkoz per la segnalazione. questo è il trailer. questa, un'intervista del benemerito Culture Show al regista Shane Meadows.)
La mia prima vacanza studio è stata in uno di quei paesini balneari per i quali Zio Ciuffo invocava i bombardamenti atomici. Avevo tredici anni, ed era la prima volta che uscivo di casa da solo. Una coppia irlandese di mezza età, con i figli grandi già fuori casa, mi ospitò in una classica casetta su due piani, in una classica strada di casette tutte uguali. In stanza con me c'era uno di quei bimbi che i tuoi genitori scelgono come amico, e che tu ci metti mezza vita per riuscire a perderlo. Nella casa di fronte, un ragazzo romano che detestai, in quanto fighetto, subito dopo la stretta di mano. Difatti, vent'anni dopo, siamo ancora amici. Ma non è di questo che voglio parlare.
La prima sera della mia prima vacanza studio, nel 1987, andammo al parco dietro casa a giocare a pallone. Non avevo mai visto tanto verde e tanto spazio. Non ho mai saputo tirare dritto col destro e ho sempre avuto paura delle pallonate, ma ero l'unico che già parlava un po' della lingua. Da dietro una recinzione, dei ragazzi inglesi, degli adulti di almeno diciannove anni, ci iniziarono a gridare contro. Ad insultare, tirandoci contro lattine di birra. Uno di loro se lo tirò fuori, ed iniziò a pisciare verso di noi. Corremmo a casa. Mi attaccai al telefono, piangendo ed urlando per venti minuti. Volevo tornare a casa. Immagino che, quella sera, mio padre abbia dovuto legare mia madre con le funi per evitare di farla correre sul primo aereo a salvarmi.
Era di questo, all'incirca, che volevo parlare. Dell'Inghilterra negli anni ottanta. Dei toast alla margarina appena svegli e della Shandy brivido di trasgressione perchè c'era un goccio di birra nella gassosa. Delle vacanze studio, delle discoteche al pomeriggio, dei negozi di dischi immensi con i dodici pollici degli Housemartins e degli Smiths (perchè non li ho comprati tutti? perchè? perchè?). Delle mamme single che, per quattro soldi, aprivano la loro casa a bimbi esteri che gliela devastavano. Di ragazzetti che frignavano per una fookin'cigarette alla fermata del bus. Della musica, ovunque. Di quell'altro adulto, di almeno ventitre anni, che come elzioen ci spiegava il testo di Lucy in the Sky with Diamonds. Del buio. Della foschia. Della Thatcher.
This is England non è un film perfetto. Dopo venti minuti, sai già benissimo come andrà a finire. Ed andrà a finire, ovviamente, male. E c'è anche l'obbligatorio brano degli Smiths sul finale (in una cover orrenda). This is England è un romanzo di formazione, di quelli già letti e visti mille volte. E che, per la milleuna volta, ti emoziona- stesso discorso già fatto per il libro di Cameron- perchè onesto. Nei tuoi occhi di piccolo cialtrone disadattato, era proprio così, quell'atmosfera di violenza latente dietro ogni angolo che giravi. Anche se non sei mai stato un pulcioso ciccione dodicenne, anche se la guerra delle Falklands la ricordi solo perchè andavi sull'atlante a vedere dov'era quel posto strano con due nomi. Ed anche perchè rimani stordito dalla dedica finale, alla mamma del pulcioso attore dodicenne, morta dopo la fine delle riprese.
(grazie a Kekkoz per la segnalazione. questo è il trailer. questa, un'intervista del benemerito Culture Show al regista Shane Meadows.)
Antonio, 17.12.07
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13.12.07
Questa non la sapevo
Sono figlio unico, di genitori anziani ed apprensivi. Quindi, non guardatemi con uno sguardo di orrore se vi dico che uno dei primi momenti in cui ho assaporato la libertà è stato quando era il turno di mio padre di salire a Milano a fare compagnia a mia madre per le sue periodiche cure, ed io finalmente rimanevo a casa da solo. Lei era lì che si faceva la sua inutile chemioterapia, io provavo il brivido di avere finalmente, a vent'anni, casa vuota per invitare gli amici e ubriacarmi fino all'alba. E non guardatemi con uno sguardo di orrore se vi dico che, proprio perchè erano gli ultimi prima del baratro, quei giorni li ricordo con una felicità e libertà assurda, mai provata.
Ad esempio, ricordo questa- la seconda canzone più bella di una boyband degli anni novanta, giacchè la prima è, come già detto, questa- cantata a squarciagola su quella mulattiera travestita da autostrada che è la Napoli-Salerno.
E non stupitevi se, in quella quotidiana lotta tra il bene e il male che è la mia vita, o meglio: tra l'essere senziente e dotato di gusti musicali e lo sbracare selvaggiamente sul trash, questa canzone sia partita oggi dal random del mio piccì, ed io mi sia prodotto in una scena- mentre lavavo i piatti- degna del peggior allievo diciannovenne botulinato della scuola di Amici.
Quello che non sapevo, però, era che fosse una cover. Ed avviso sin d'ora i miei amichetti: io, sabato sera, uscirò vestito così.
(via lui, vi abbiamo gentilmente offerto un altro post della serie: Antonio parla del passato, giacchè il suo presente fa troppo schifo.)
Ad esempio, ricordo questa- la seconda canzone più bella di una boyband degli anni novanta, giacchè la prima è, come già detto, questa- cantata a squarciagola su quella mulattiera travestita da autostrada che è la Napoli-Salerno.
E non stupitevi se, in quella quotidiana lotta tra il bene e il male che è la mia vita, o meglio: tra l'essere senziente e dotato di gusti musicali e lo sbracare selvaggiamente sul trash, questa canzone sia partita oggi dal random del mio piccì, ed io mi sia prodotto in una scena- mentre lavavo i piatti- degna del peggior allievo diciannovenne botulinato della scuola di Amici.
Quello che non sapevo, però, era che fosse una cover. Ed avviso sin d'ora i miei amichetti: io, sabato sera, uscirò vestito così.
(via lui, vi abbiamo gentilmente offerto un altro post della serie: Antonio parla del passato, giacchè il suo presente fa troppo schifo.)
Antonio, 13.12.07
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10.12.07
Black holes and revelations
Il buco nero è quell'artista che ti rendi conto di dover rispettare, che sai che ha effettivamente costruito la storia della musica, ma. Ma che tu, proprio, non ce la fai. Non lo sopporti. Tiri su il kalashnikov appena partono le prime note.
Non il gruppettino indie di moda di cui tra quattro mesi tutti già parleranno male, non la popstar che ora aborri e che tra dieci anni ti troverai coi lacrimoni al solo sentir partire il pezzo.
No. Proprio quei monumenti, quelli che normalmente ti nascondi dietro un 'li conosco poco'.
Io mi sono giocato Leonard Cohen per la manifesta orchite che mi produce il suo tono monocorde. La Gnocca Optical ha massacrato i Nirvana. Max degli Offlaga ha picchiato gli ahem Smiths. L'uberfigo Woland si è schierato contro De Andrè.
L'ecumenico Grande Capo Inkiostroseduto, invece, non ne ha voluto sapere di schierarsi. Ha anche provato a giustificare l'esistenza degli Ozric Tentacles.
Questo, e molti altri miei segreti professionali, nella puntata di Get Black di venerdi scorso, dove sono tornato a far danni.
Non il gruppettino indie di moda di cui tra quattro mesi tutti già parleranno male, non la popstar che ora aborri e che tra dieci anni ti troverai coi lacrimoni al solo sentir partire il pezzo.
No. Proprio quei monumenti, quelli che normalmente ti nascondi dietro un 'li conosco poco'.
Io mi sono giocato Leonard Cohen per la manifesta orchite che mi produce il suo tono monocorde. La Gnocca Optical ha massacrato i Nirvana. Max degli Offlaga ha picchiato gli ahem Smiths. L'uberfigo Woland si è schierato contro De Andrè.
L'ecumenico Grande Capo Inkiostroseduto, invece, non ne ha voluto sapere di schierarsi. Ha anche provato a giustificare l'esistenza degli Ozric Tentacles.
Questo, e molti altri miei segreti professionali, nella puntata di Get Black di venerdi scorso, dove sono tornato a far danni.
Antonio, 10.12.07
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5.12.07
Nomina quattordici canzoni. Ti racconterò quattordici storie di quando ero giovane.
Andate qui. Ci sono quattordici canzoni del 1997. Millenovecentonovantasette. Dieci anni fa. Quando avevo ventitre anni.
01. Ventitre anni. Quella lontana era geologica in cui tutto è possibile, perchè il mondo è tuo. Quella lontana era in cui è ancora plausibile che tu sia ancora a casa con mamma e papà, ed infatti siamo io e M., nella sua cameretta di Roma, sdraiati tremendamente annoiati e bevuti, che ascoltiamo la cassettina di Homework. Tuttintorno, i poster di Belushi e di Zio Ciuffo ci rimproverano. Cosa c'entra tutto questo frastuono con la musica con cui vi abbiamo cresciuto?
02. Ed ora siamo in Puglia. Sul Gargano, precisamente. Sempre io ed M. La sera, quando il terzo compagno di tenda ha finalmente finito di asciugarsi i suoi capelli lunghi (non guardate noi due: noi, quell'estate, li portiamo rasati a zero), ci mettiamo nella mia Fiesta. E si sale. La cassettina dell'autoradio no, non è Homework. Abbiamo ventitre anni e mica siamo così raffinati. Mettiamo a palla, e a ripetizione, gli otto minuti di Narayan, i prodigi con ospite alla voce Herr Nazista Shaker. Saliamo, saliamo al Paradiso Selvaggio, e giuro che così si chiama la discoteca che abbiamo eletto a nostra seconda casa durante quel campeggio.
(discoteca? campeggio? sto realmente pronunciando queste parole?)
Una sera, scatta improvviso un gioco di sguardi. Solo che io, io non ho ancora mai confessato niente.
_"ehm, matti. c'è quello di brescia che è tutta la sera che mi fissa."
_"mbeh? namo, e je menamo."
_"no, ecco. veramente, è che piace anche a me."
_"ah? e allora mòvete. non starà mica tutta la sera a fissarti.."
03. Che poi, difficile spiegare cosa voleva dire lavorare in radio, allora. Mica avevamo tutti gli mp3 del mondo a disposizione. La guerra consisteva nello spendere in maniera furba la tua paghetta, nel farti prestare i dischi giusti dagli amici e- soprattutto- nel cercare disperatamente di convincere il Tirchissimo Boss a tirare fuori i soldi e comprarli, quei dischi. Alla fine non ci riuscivi ('ho appena comprato Venditti e Mango!!') e li registravi da un'altra radio, sulla cassettina. E poi li passavi così, pregando nel frattempo che il nastro non si inceppasse.
04. Millenovecentonovantasette. Dieci anni fa. Quando avevo ventitre anni e mi ero appena laureato, mi invitarono a provare per una decina di giorni l'ebbrezza di stare in un grande studio. E così mi ritrovai a scendere dal treno, spaurito dentro e strafottente fuori, in uno sperduto borgo conciario toscano. Io ero quello che assisteva con sguardo bovino e sbadigli alla lettura degli atti, per loro (ma questo l'avrei scoperto solo tanti anni, dopo) ero il figlio segreto del Capo di cui tanto si era vociferato, e che viveva in Bassitalia. Ricordo il freddo, e la gente che si stupiva quando davo del 'voi'. Ricordo la sorpresa nello scoprire che, anche se ti eri laureato in legge, non ne capivi assolutamente un cazzo di diritto. Ricordo una scusa per andar via, e scappare a Firenze a vedere il tour di Ok Computer. Ricordo il ritorno, con un ballerino friulano. Ricordo quella notte.
05. Non ricordo. Avevo ventitre anni, ed ero un cretino. Ma non così tanto cretino.
06. E poi le feste. Vivere in una provincia sul mare vuol dire una festa, ogni sera da maggio ad ottobre. In una casa direttamente sul_, con vista su_, dritta a pochi passi dal_. Quell'anno era Raito, la casa in alto con la vista sull'intero golfo, il motorino sempre in due ma a volte anche in tre se non c'erano altri passaggi (e no, la parola 'casco', allora, non sapevamo cosa fosse. e sì, siamo stati molto fortunati. e sì, la sinusite costante che mi prende oggi da ottobre ad aprile ne è la conseguenza). E poi le bottiglie di vino rosso, e la chitarra, e alè questa la so fare anche io, tutta, che non ha quei malefici accordi col barrè che non sono mai riuscito a prenderli.
Ogni tanto riguardo le foto. Avevamo capelli improponibili e vestiti idem. Però, cazzo, dallo sguardo eravamo felici.
07. A Napoli, invece, c'era casa di D., un gineceo dove scappavo quasi tutti i fine settimana. Una casa enorme- enorme- in zona mediomalfamata del centro storico dove le bimbe erano protette in quanto inquiline del Boss. E le feste. E le cene. E gli sconosciuti portati a dormire ('non mi dire che anche questo te lo sei scaricato da internet..'). E V., che me lo volevano appioppare e lui che mi odiava, mi odiava con tutte le sue forze perchè ero la dimostrazione lampante che loro avevano capito quello che lui no, non avrebbe mai voluto dire.
08. Quando hai vent'anni, sei giustamente estremista. A trenta, se ancora lo sei, hai un problema. Oppure, hai scelto come professione l'ospite fisso nelle trasmissioni di Santoro. Oggi come allora, però, mi ritrovo a pensare che c'è plastica che ammette di essere plastica. E nel suo sinceramente ammettere di essere finta, è capace di arrivarti al cuore. E poi c'è plastica che si da' il tono di essere una cosa seria. E non merita altro che tornare al cassonetto, anche se ti ricorda un giorno di pioggia girando in macchina per una città, al solito, desolata.
09. Beethoven, quanto meno, era sordo. Beato lui.
10. Un giorno, in uno dei miei ritorni a casa, farò una serie di foto ai miei vinili. Ed oltre alle (ovvie) collezioni quasi complete di quei due gruppi che mi hanno fottuto la vita, ne farò una anche a tutti quelli di hip hop italiano comprati all'epoca delle posse. Un giorno, racconterò di Batti il tuo Tempo passata nella radio del vescovo da una cassettina, perchè il vinile, nella mia città, era introvabile. Un giorno racconterò di quel mio amico- oggi rispettabile magistrato- che pronosticò la morte della sinistra italiana vedendo la Protovelina della nostra città sculettare nel locale fighetto mentre i simpatici 99Posse- in formazione ancora a quattro e no, non sto parlando di Meg- intonavano Rafaniello. Un giorno racconterò della ricerca dell'erba per quel gruppo reggae veneziano e di quella lunga e bellissima chiacchierata sugli scalini con Radiogladio. Di Slega la Lega e di Fotti chi ti Fotte. Di quella ubriacante, fulminea, veloce e storica volta in cui ci travolse.
11. Ed un giorno, racconterò delle mie amiche groupie. Di chi saltava nelle fontane con Ligabue, e di chi metteva le mani sul pacco dei Negrita mentre suonavano. Di chi si prendeva un pomeriggio dal lavoro per una foto col Boosta e di chi passava le ore sotto al sole per regalare un orsacchiotto a Carmen. Anche su questo, non guardate me. Io facevo mille chilometri di treno per giocare a pallone, sotto una fredda pioggia milanese, con Paul Heaton.
12. 13. Perchè se ricordo una cosa, di quel millenovecentonovantasette, di quei dieci anni fa, di quei ventitre anni, è la libertà. La libertà di pensare che il mondo era tuo, e di non aver ancora compreso che quella laurea appena presa sarebbe stato un fottutissimo albatros al collo di cui non saresti riuscito a liberarti negli anni a venire. La libertà di essere sempre su un treno. Verso Milano, a portare fiori sotto casa di Alda Merini oppure ondeggiando il culo dopo una festa in una stanza sopra Piazzale Loreto. Perso nella nebbia della tangenziale presa nella direzione sbagliata, con la spia della benzina che balla la samba mentre tu ti chiedi dove cazzo sia Magenta. Oppure verso sud, verso il sole e le rocce di una Puglia che avevi imparato ad amare, verso i ricci mangiati crudi in baracca e le canzoni di Toti e Tata mandate a memoria. Abbasciu lu Salentu a bere vino rosso offerto da un contadino che vi aveva visti irrimediabilmente spersi con gli zaini sotto un sole cocente, oppure a dormire sugli scogli, perchè il mal di schiena ancora non si sa neppure cos'è.
14. E se dici che l'età è solo uno stato mentale, dici una cazzata. Altri modi e altri luoghi arriveranno. Ma, se l'adolescenza è una molla compressa che preme per esplodere, i vent'anni sono quelli in cui devi- devi- vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Tieni sempre a mente quello che è il tuo dovere, ed ogni istante di piacere che ti potrai concedere, prendilo. E bevilo, tutto di un sorso. Ricorda che tutto quello che vivi sarà esponenzialmente bello per quanto te lo sarai meritato. E ricorda che quella Libertà- nella tua vita, ma soprattutto nella tua testa- non la vivrai mai più.
Ed ora, tornate qui. E fate gli auguri al Nipotino. A questo odioso, fresco, ventiquattrenne.
E se vi chiedete perchè sia odioso, la risposta è semplice. Ha ventiquattro anni. E ciò dovrebbe, ampiamente, bastare.
01. Ventitre anni. Quella lontana era geologica in cui tutto è possibile, perchè il mondo è tuo. Quella lontana era in cui è ancora plausibile che tu sia ancora a casa con mamma e papà, ed infatti siamo io e M., nella sua cameretta di Roma, sdraiati tremendamente annoiati e bevuti, che ascoltiamo la cassettina di Homework. Tuttintorno, i poster di Belushi e di Zio Ciuffo ci rimproverano. Cosa c'entra tutto questo frastuono con la musica con cui vi abbiamo cresciuto?
02. Ed ora siamo in Puglia. Sul Gargano, precisamente. Sempre io ed M. La sera, quando il terzo compagno di tenda ha finalmente finito di asciugarsi i suoi capelli lunghi (non guardate noi due: noi, quell'estate, li portiamo rasati a zero), ci mettiamo nella mia Fiesta. E si sale. La cassettina dell'autoradio no, non è Homework. Abbiamo ventitre anni e mica siamo così raffinati. Mettiamo a palla, e a ripetizione, gli otto minuti di Narayan, i prodigi con ospite alla voce Herr Nazista Shaker. Saliamo, saliamo al Paradiso Selvaggio, e giuro che così si chiama la discoteca che abbiamo eletto a nostra seconda casa durante quel campeggio.
(discoteca? campeggio? sto realmente pronunciando queste parole?)
Una sera, scatta improvviso un gioco di sguardi. Solo che io, io non ho ancora mai confessato niente.
_"ehm, matti. c'è quello di brescia che è tutta la sera che mi fissa."
_"mbeh? namo, e je menamo."
_"no, ecco. veramente, è che piace anche a me."
_"ah? e allora mòvete. non starà mica tutta la sera a fissarti.."
03. Che poi, difficile spiegare cosa voleva dire lavorare in radio, allora. Mica avevamo tutti gli mp3 del mondo a disposizione. La guerra consisteva nello spendere in maniera furba la tua paghetta, nel farti prestare i dischi giusti dagli amici e- soprattutto- nel cercare disperatamente di convincere il Tirchissimo Boss a tirare fuori i soldi e comprarli, quei dischi. Alla fine non ci riuscivi ('ho appena comprato Venditti e Mango!!') e li registravi da un'altra radio, sulla cassettina. E poi li passavi così, pregando nel frattempo che il nastro non si inceppasse.
04. Millenovecentonovantasette. Dieci anni fa. Quando avevo ventitre anni e mi ero appena laureato, mi invitarono a provare per una decina di giorni l'ebbrezza di stare in un grande studio. E così mi ritrovai a scendere dal treno, spaurito dentro e strafottente fuori, in uno sperduto borgo conciario toscano. Io ero quello che assisteva con sguardo bovino e sbadigli alla lettura degli atti, per loro (ma questo l'avrei scoperto solo tanti anni, dopo) ero il figlio segreto del Capo di cui tanto si era vociferato, e che viveva in Bassitalia. Ricordo il freddo, e la gente che si stupiva quando davo del 'voi'. Ricordo la sorpresa nello scoprire che, anche se ti eri laureato in legge, non ne capivi assolutamente un cazzo di diritto. Ricordo una scusa per andar via, e scappare a Firenze a vedere il tour di Ok Computer. Ricordo il ritorno, con un ballerino friulano. Ricordo quella notte.
05. Non ricordo. Avevo ventitre anni, ed ero un cretino. Ma non così tanto cretino.
06. E poi le feste. Vivere in una provincia sul mare vuol dire una festa, ogni sera da maggio ad ottobre. In una casa direttamente sul_, con vista su_, dritta a pochi passi dal_. Quell'anno era Raito, la casa in alto con la vista sull'intero golfo, il motorino sempre in due ma a volte anche in tre se non c'erano altri passaggi (e no, la parola 'casco', allora, non sapevamo cosa fosse. e sì, siamo stati molto fortunati. e sì, la sinusite costante che mi prende oggi da ottobre ad aprile ne è la conseguenza). E poi le bottiglie di vino rosso, e la chitarra, e alè questa la so fare anche io, tutta, che non ha quei malefici accordi col barrè che non sono mai riuscito a prenderli.
Ogni tanto riguardo le foto. Avevamo capelli improponibili e vestiti idem. Però, cazzo, dallo sguardo eravamo felici.
07. A Napoli, invece, c'era casa di D., un gineceo dove scappavo quasi tutti i fine settimana. Una casa enorme- enorme- in zona mediomalfamata del centro storico dove le bimbe erano protette in quanto inquiline del Boss. E le feste. E le cene. E gli sconosciuti portati a dormire ('non mi dire che anche questo te lo sei scaricato da internet..'). E V., che me lo volevano appioppare e lui che mi odiava, mi odiava con tutte le sue forze perchè ero la dimostrazione lampante che loro avevano capito quello che lui no, non avrebbe mai voluto dire.
08. Quando hai vent'anni, sei giustamente estremista. A trenta, se ancora lo sei, hai un problema. Oppure, hai scelto come professione l'ospite fisso nelle trasmissioni di Santoro. Oggi come allora, però, mi ritrovo a pensare che c'è plastica che ammette di essere plastica. E nel suo sinceramente ammettere di essere finta, è capace di arrivarti al cuore. E poi c'è plastica che si da' il tono di essere una cosa seria. E non merita altro che tornare al cassonetto, anche se ti ricorda un giorno di pioggia girando in macchina per una città, al solito, desolata.
09. Beethoven, quanto meno, era sordo. Beato lui.
10. Un giorno, in uno dei miei ritorni a casa, farò una serie di foto ai miei vinili. Ed oltre alle (ovvie) collezioni quasi complete di quei due gruppi che mi hanno fottuto la vita, ne farò una anche a tutti quelli di hip hop italiano comprati all'epoca delle posse. Un giorno, racconterò di Batti il tuo Tempo passata nella radio del vescovo da una cassettina, perchè il vinile, nella mia città, era introvabile. Un giorno racconterò di quel mio amico- oggi rispettabile magistrato- che pronosticò la morte della sinistra italiana vedendo la Protovelina della nostra città sculettare nel locale fighetto mentre i simpatici 99Posse- in formazione ancora a quattro e no, non sto parlando di Meg- intonavano Rafaniello. Un giorno racconterò della ricerca dell'erba per quel gruppo reggae veneziano e di quella lunga e bellissima chiacchierata sugli scalini con Radiogladio. Di Slega la Lega e di Fotti chi ti Fotte. Di quella ubriacante, fulminea, veloce e storica volta in cui ci travolse.
11. Ed un giorno, racconterò delle mie amiche groupie. Di chi saltava nelle fontane con Ligabue, e di chi metteva le mani sul pacco dei Negrita mentre suonavano. Di chi si prendeva un pomeriggio dal lavoro per una foto col Boosta e di chi passava le ore sotto al sole per regalare un orsacchiotto a Carmen. Anche su questo, non guardate me. Io facevo mille chilometri di treno per giocare a pallone, sotto una fredda pioggia milanese, con Paul Heaton.
12. 13. Perchè se ricordo una cosa, di quel millenovecentonovantasette, di quei dieci anni fa, di quei ventitre anni, è la libertà. La libertà di pensare che il mondo era tuo, e di non aver ancora compreso che quella laurea appena presa sarebbe stato un fottutissimo albatros al collo di cui non saresti riuscito a liberarti negli anni a venire. La libertà di essere sempre su un treno. Verso Milano, a portare fiori sotto casa di Alda Merini oppure ondeggiando il culo dopo una festa in una stanza sopra Piazzale Loreto. Perso nella nebbia della tangenziale presa nella direzione sbagliata, con la spia della benzina che balla la samba mentre tu ti chiedi dove cazzo sia Magenta. Oppure verso sud, verso il sole e le rocce di una Puglia che avevi imparato ad amare, verso i ricci mangiati crudi in baracca e le canzoni di Toti e Tata mandate a memoria. Abbasciu lu Salentu a bere vino rosso offerto da un contadino che vi aveva visti irrimediabilmente spersi con gli zaini sotto un sole cocente, oppure a dormire sugli scogli, perchè il mal di schiena ancora non si sa neppure cos'è.
14. E se dici che l'età è solo uno stato mentale, dici una cazzata. Altri modi e altri luoghi arriveranno. Ma, se l'adolescenza è una molla compressa che preme per esplodere, i vent'anni sono quelli in cui devi- devi- vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Tieni sempre a mente quello che è il tuo dovere, ed ogni istante di piacere che ti potrai concedere, prendilo. E bevilo, tutto di un sorso. Ricorda che tutto quello che vivi sarà esponenzialmente bello per quanto te lo sarai meritato. E ricorda che quella Libertà- nella tua vita, ma soprattutto nella tua testa- non la vivrai mai più.
Ed ora, tornate qui. E fate gli auguri al Nipotino. A questo odioso, fresco, ventiquattrenne.
E se vi chiedete perchè sia odioso, la risposta è semplice. Ha ventiquattro anni. E ciò dovrebbe, ampiamente, bastare.
Antonio, 5.12.07
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